Colleferro e Valle del Sacco

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Colleferro Tav

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Colleferro, nata come città industriale nel 1935 circa, si trova ad affrontare dopo meno di un secolo, problemi enormi derivati da uno sviluppo economico votato al profitto e una classe dirigente che ha completamente ignorato le condizioni dell’ambiente e degli abitanti, umani e non, del territorio. Gli interessi di padroni d’azienda e imprenditori vari sono stati completamente appoggiati negli anni e incentivati da un atteggiamento favoritista delle amministrazioni che si sono succedute.

Analizzeremo i vari problemi ambientali dividendoli secondo gli elementi naturali che coinvolgono:

Terra: dai risultati delle ultime analisi dell’asl Roma E è stato travato un inquinante specifico che è entrato a far parte della catena alimentare umana (su 256 campioni analizzati 175 risultano positivi a svariati inquinanti per valori anche di 200 volte sopra i limiti di legge): il betaesaclorocicloesano. Derivato dalla lavorazione del lindano che è stato dichiarato illegale nel 2001. Sul panorama mondiale esistono pochissimi altri casi di accumulo a concentrazioni così elevate come lo sono a Colleferro. Questo inquinante costituiva uno dei principali materiali di scarto dell’industria chimica che ha caratterizzato lo sviluppo industriale della città e che produceva pesticidi dalla lavorazione del lindano. Le condizioni odierne di questo territorio derivano dalle disastrose politiche attuate dalle multinazionali pronte ad investire su un territorio senza tener conto delle conseguenze di tali scelte coadiuvate dai politici nostrani. Questo comportamento poco lungimirante e mirato esclusivamente al profitto è andato a scapito di un’esigua popolazione pronta a sottostare a qualsiasi ricatto lavorativo pur di “sopravvivere” economicamente. I risultati ad oggi sono visibili e quantificabili con il disastro ambientale di un’intera valle. Le priorità date agli interessi economici e politici che per troppi anni hanno influenzato le scelte di una cittadina, hanno devastato questo territorio e con esso le persone che lo abitano.

Nel 1991, con l’uscita dei quaderni Fulc-5 (denuncie di operai che raccontano il sotterramento dei rifiuti tossici delle industrie chimiche del comprensorio industriale BPD), gli abitanti, oramai non più composti da soli operai, cominciavano a chiedere chiarimenti sulla reale situazione ambientale.

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Dopo una lunga battaglia politico-burocratica Colleferro viene inserito tra i siti di bonifica di interesse nazionale. Ad oggi la bonifica continua al rilento, spesso si preferisce addirittura contenere l’inquinamento edificando sopra i terreni avvelenati, consapevoli dell’irreversibilità della situazione generale e sapendo di gestire un esempio di disastro ambientale senza precedenti, frutto dei veleni del capitalismo, che continua a trarne ancora profitto, anche con  l’edilizia sfrenata. Per precisare, la bonifica prevista per questi territori consiste nel piantare migliaia e migliaia di alberi di pioppo, che dovrebbero assorbire l’inquinamento del suolo. I pioppi poi vengono bruciati nell’inceneritore a biomasse di Anagni (a 10 km da Colleferro). La molecola del beta-esa-cloro-ciclo-esano non si scompone ad alte temperature e ritorna in circolo dopo che i pioppi vengono bruciati.

Oltre a una problematica di cotanta gravità l’amministrazione comunale presieduta dall’allora sindaco ed ora onorevole Silvano Moffa  ha dato comunque il via al progetto della discarica di Colle Fagiolara, che, nel corso degli anni, ha presentato numerose problematiche sempre a livello ambientale. La chiusura, alla costruzione, era prevista nel 2006, poi prorogata al 2012. Oggi sappiamo che nel 2012 la discarica non ha chiuso, anzi: dopo il disastroso parco fotovoltaico costruito sopra una villa romana (e la ditta che l’ha costruito è anche scappata senza pagare nessuno), il comune di Colleferro, ha approvato un progetto per due impianti TMB (trattamento meccanico biologico). Uno sorgerà, forse, a Colle Fagiolara, l’altro al Castellaccio (Anagni). Questi impianti truffa separeranno il rifiuto da discarica dal rifiuto da bruciare negli inceneritori. Si parla di circa 400.000 tonnellate in più di rifiuto annue da trattare negli impianti di Colleferro ed Anagni.

Aria: oltre alla presenza dello storico ed inquinante cementificio dell’Italcementi, Colleferro è caratterizzata da 108 punti di emissioni di scarico industriale tra cui elenchiamo i più rilevanti: ex Fiat Avio, attuale Avio aerospaziale, sede della costruzione di motori a propulsione per il progetto Arianne, due impianti di incenerimento (altro gentile regalo dell’amministrazione Moffa) attualmente sotto inchiesta per smaltimento illecito di rifiuti e che sono stati sequestrati dai carabinieri del NOE per aver bruciato di tutto (compresi cadaveri di animali e amianto), e la neocostruita centrale turbogas da 40 Mw all’interno della zona militare.

Per non parlare poi di un problema di carattere nazionale che è il traffico veicolare, che a Colleferro si accentua a causa del suo ruolo di città industriale (traffico elevato di tir e camion).
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Il risultato di tutto ciò è un aumento rilevante di tumori e malattie respiratorie.

Acqua: come ogni città industriale, Colleferro, è stata costruita a ridosso di un fiume, il Sacco, utilizzato come scarico dalle fabbriche nate sul territorio. Ma la gran parte dell’inquinamento arriva dal dilavamento di terreni nei quali erano stati interrati, illegalmente, gli scarti tossici di lavorazione legati all’industria chimica. Gli inquinanti si sono depositati nel corso degli anni nel letto del fiume rendendo il fiume stesso e tutto il bacino da esso bagnato interdetto all’uso umano e zootecnico. Da Colleferro quindi parte l’inquinamento dell’intera valle del Sacco, la cui situazione peggiora sempre di più, muovendosi verso sud.

Nonostante la condizione pietosa del territorio, manca anche l’accuratezza nei controlli riguardanti l’acqua adibita all’uso umano, dimostrata dalla presenza di acquedotti malfunzionanti con continue infiltrazioni di acque fognarie e con la presenza quotidiana di altissime concentrazioni di cloro; ricordiamo che quest’ultimo a concentrazioni troppo elevate è cancerogeno.

Le ultime analisi inquietanti risalgono a dicembre 2011, quando altissime concentrazioni di metalli pesanti (Ferro e Manganese) e pesticidi organoclorurati sono stati riscontrati dalla ASL in due pozzi dei sette che esistono nella città. Il comune ha fatto di tutto per insabbiare l’accaduto, tanto che il giorno dopo l’acqua era magicamente tornata potabile e adibita all’uso umano.

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Fuoco: a Colleferro nasce la prima industria bellica italiana che produce polvere da sparo e bossoli (1912), la BPD, ora chiusa, e  una grande influenza nell’ultimo decennio nel territorio la detiene l’industria bellica Simmel Difesa S.p.A., sia sul piano economico, sia sul piano dell’inquinamento e della pericolosità. Infatti l’azienda sperimenta missili in una specie di poligono vicino al centro abitato, possiede un ampio territorio ai margini di Colleferro, completamente recintato e con sorveglianza armata. Al suo interno sono protetti anche i siti dei ritrovamenti dei fusti tossici (ARPA1, ARPA2)

Questo è stato il prodotto della sete di produrre, la condanna di un’intera comunità dove gli industriali inquinatori, i “padroni”, ora scappano portandosi via i posti di lavoro, l’unico argomento che per tanti anni aveva spinto la stessa comunità al silenzio suicida sul disastro ambientale.

Una scelta economica fatta da pochi potenti e pagata col sangue da generazioni e generazioni di abitanti di una delle città più inquinate d’Italia, detta non a caso la Seveso laziale, dove chi ha colpe deve ancora pagare ma chi non né ha risulta aver pagato già l’anticipo ed essere costantemente inchiodato alle rate future di uno stupro storico, ambientale e sociale, senza precedenti.

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